Cripta di San Ponziano

  • Cripta di San Ponziano

    • Cripta di San Ponziano 06/01/2023
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Description

Vi si accede, ovviamente, dalla Chiesa di S. Ponziano, dalla navata sinistra, in fondo. E’ nel luogo ove una donna, di nome Procula, nel VI secolo, riuscì ad identificare il luogo ove, nel II secolo, un’altra donna, Sincleta, aveva fatto seppellire San Ponziano e costruire un altare.

La cripta originaria è composta da tre navatine in tre file. La visione che se ne ha, in orizzontale, diagonale, e verticale, è comunque scandita in tre settori, a simboleggiare la divina Trinità. E la Trinità si ritrova anche nell’affresco sulla quarta abside da sinistra: il Padre sullo sfondo, il Figlio in croce, lo Spirito Santo simboleggiato dalla colomba. Alle tre navatine centrali ne sono state poi aggiunte due laterali, più grandi

Ma non è l’unico mistero o segreto di questa cripta, che anzi ne è piena !
L’abside di sinistra, davanti alle scale di entrata, risulta la più densa di figure.


La prima raffigura San Sebastiano, in una scena non più leggibile, data la grande carenza.


Nel secondo riquadro è riconoscibilissimo San Bernardino: un uomo anziano, volto scavato, e la mancanza di denti che deforma la bocca, il libro, simbolo della sua profonda dottrina e della sua attività di predicatore e scrittore.
San Bernardino fu fiero avversario degli Ebrei e della loro pratica bancaria. Affiancato a Simonino va quasi a sottolineare gli aspetti negativi attribuiti a questa popolazione.

Questi affreschi, attribuibili a Campilio da Spoleto citano la leggenda di San Simonino, raffigurato in due riquadri, uno di fronte all’altro.

Vi è un bambino col vessillo crociato e uno scudo con tenaglie, martello, chiodi, coppa con del sangue e pane azzimo: è la raffigurazione di Simone, bambino di circa tre anni, che, secondo la leggenda, scomparve il 23 marzo del 1475 (il giovedì’ Santo di un anno giubilare) e fu trovato morto, straziato, nella cantina di Samuele da Norimberga, ebreo, tre giorni dopo, a Pasqua.
Ne scaturì un processo contro gli ebrei, accusati di aver compiuto un rito, un sacrificio, con addirittura delle confessioni estorte sotto tortura. Ed anche la venerazione di Simonino come martire, nell’Italia settentrionale e fino in Germania, con tanto di attribuzione di miracoli, fino alla nomina a protettore contro l’anemia mediterranea. Per secoli si è tenuta una tradizionale processione per le vie di Trento, con gli strumenti della tortura che sarebbero stati usati dagli ebrei nel presunto rituale contro il piccolo Simone: chiodi, martello, tenaglia, associati alla coppa del suo sangue, che gli ebrei avrebbero bevuto nel rito, ed al pane azzimo, simbolo degli ebrei fin dalla fuga dall’Egitto, quando non fecero in tempo a far lievitare il pane.
A questa, pratica, propagandata anche dal Vescovo Hinderbach che scrisse e diffuse una apposita opera, si oppose, però, Papa Sisto IV, Francesco della Rovere, dato che non c’erano prove di quella narrazione. Tra l’altro nel 1475 e 1476 Sisto IV si trovava a Spoleto (vedi “ospiti ìncliti”). Nel 1588, sotto Sisto V, il culto fu ufficialmente ammesso per essere poi abrogato nel 1965 dall’Arcivescovo di Trento Alessandro Maria Gottardi.

La attribuzione a Bernardino Campilio è fatta sulla base dei contorni ben definiti e dei colori molto chiari. Di questo autore si sa ben poco, oltre che sia vissuto tra il XV ed XVI secolo. Benché sia spesso citato come “Campilio da Spoleto”, è certo che provenisse da Campello sul Clitunno, di cui il cognome è genitivo. Esiste un documento da lui redatto il 29 settembre 1483, ed è il contratto tra Piermatteo d’Amelia ed i frati di S. Francesco a Terni, per la pala dell’altare maggiore. Era un seguace de Lo Spagna. Esiste una sua firma in un affresco del 1502, proveniente dal Monastero della Stella, ora distaccato e situato in Santa Maria della Concezione.

 


La terza figura, sull’arco, introduce allo spazio curvo dell’abside, e ci mostra, di nuovo, San Sebastiano. Ai suoi piedi, piccolo piccolo, il committente dell’opera, in preghiera.


La bellissima Madonna in trono, col bambino, è quasi al centro, vicino alla finestra. Fatta nel 1478, è attribuito al Maestro di San Ponziano.


Sotto la Madonna in trono e sotto la finestra due giovinetti in atteggiamento di confessione, quello a sinistra ascoltato da un confessore, quello a destra visto da solo.


Proseguendo verso destra vi è San Rocco, riconoscibile per Il Tabarro, la corta mantellina sulle spalle, il bordone, bastone del pellegrino, e, soprattutto, la piaga sulla coscia, che non è una ferita ma un bubbone pestilenziale, malattia contratta mentre curava i malati a Piacenza e miracolosamente guarita.
Vi sono due particolarità: manca il cane, sempre raffigurato con lui: il cane che, a Sarmato, rubando pagnotte portandogliele, gli permise di sopravvivere quando San Rocco si era isolato in una grotta per non passare il suo contagio. E che, seguito dal suo padrone, permise al nobile Gottardo Pallastrelli di salvarlo e poi di convertirsi e divenire pellegrino egli stesso, Poi il fatto che il bubbone sulla coscia è raffigurato molto in alto, quasi all’inguine.


Alla sua destra altre due immagini della Madonna in Trono con bambino, la seconda (terza) piuttosto deteriorata.


Conclude questa zona un secondo affresco di San Simonino (vedi sopra), coi teschi di Moise, Tobia e Samuele ai piedi. C’è scritto  “figura fatta da Tomaso De Bartolo De Moricone“, intendendosi con “fatta”, fatta fare, la committenza.


 

Passando alle tre absidi centrali, preesistenti all’allargamento, la prima a sinistra è vuota, Quella centrale ha un altro Cristo in croce, con una particolarità: la croce è stranamente disegnata a Y, forse per motivi prospettici: salendo sul piano della porta chiusa che è proprio di fronte, probabilmente la originaria porta di accesso, la “Y” è raddrizzata dalla curvatura dell’abside e la croce torna diritta. Ai piedi della croce le due Marie (Maria Maddalena e Maria di Cleofa, cognata della Vergine Maria in quanto moglie di Cleofa, fratello di San Giuseppe). Tra di loro potrebbe ipotizzarsi una terza figura, distrutta dalla apertura della finestra. Ma, più probabilmente, le due donne sono state aggiunte dopo i lavori di apertura. A destra, in alto, l’anima di San Ponziano portata in cielo da due angeli.


Nella quarta abside la trinità, con questa grande crocifissione ove l’Onnipotente sorregge la croce con Cristo paziente e la Colomba, simbolo dello Spirito Santo, è posata sulla croce. Pare sia rarissimo, la colomba è in fatti sempre raffigurata in volo. Inoltre le gambe del Cristo non sono sovrapposte.


Sul lato destro che chiudeva la primigenia cripta le figure di Sant’Onofrio e di San Girolamo, che però è mancante di tutti i suoi attributi (il leone, il teschio, la Bibbia, la pietra e la clessidra). Ciò ha fatto pensare che la figura barbuta sia piuttosto un rabbino, ennesimo simbolo ebreo nella cripta.


Nella ultima abside un affresco di San Michele Arcangelo. La grande devozione dei Longobardi a San Michele Arcangelo porta a collegare questa cripta alla cultura longobarda. Questo affresco è realizzato con polvere d’oro e polvere di lapislazzulo, materie molto costose, che conferiscono un particolare colore e la brillantezza delle ali. Il Cardinale e la bizzocca, oranti, ed altri dettagli sono stati aggiunti posteriormente.


Il nome di San Michele ricorre, nella versione longobarda di “Agipertus” anche sulla lastra di un gradino della scala di entrata, chiaramente di riuso, come molti altri materiali in questa cripta.


Sempre nella zona delle absidi, questa lunga iscrizione di ben otto righe, proveniente da riuso, dovrebbe essere una celebrazione due personaggi della Chiesa spoletina: Vitalis, un Santo, Sentia (titolare di San Concordio e Senzia, poi San Salvatore). Una ipotesi è che la lapide sia stata commissionata da Santo Spes.


 

Dietro una colonna, nella parte destra della cripta, un affresco, di nuovo una Madonna in trono con Bambino, probabilmente del Maestro di Eggi, ha una particolare lucentezza: pare che sia stata aggiunta cera d’api all’impasto.


 

Sulla parete di fondo altra raffigurazione della Madonna in trono con bambino, la quinta in questa cripta !


Vicino ad essa, usata come pietra di angolo per l’apertura che, originariamente, dava accesso alla cripta, una pietra d’altare iscritta ricorda la donna che ritrovò il luogo della caduta della testa di San Ponziano: “Procula, donna spettabile (titolo onorifico in uso dal V secolo) recuperò il corpo di un servo di Dio”. Sull’altro spigolo altra parte della stessa mensa, non iscritto.


PARTICOLARITA’ E CURIOSITA’


Nella parte centrale anteriore vi sono due lapidee curiosità: la già citata pietra sullo scalino col nome “Agipertus”, forse riferito a San Michel, forse ad un signore longobardo, ed altra pietra, questa volta a pavimento, con incisa, grossolanamente, la parola “fulgur”, fulmine, a ricordo del fatto che un fulmine colpì quel preciso punto,


Appena entrati, in alto, sulla parete sinistra, la grata attraverso la quale le monache, dal convento, potevano seguire la messa.


Negli ombelichi del primo San Sebastiano e del secondo San Simonino è realizzato un occhio !


San Michele Arcangelo (prima abside a destra) ha un occhio solo: non è stata disegnata la pupilla dell’occhio sinistro.


Nella parete destra della abside di San Michele, con un po’ di attenzione, si scorge questo volto. Forse residue di un dipinto, più probabilmente appena abbozzato e non proseguito. In ogni caso appare di grande delicatezza.


 

Le colonne diverse: vi sono quattro colonne di riuso molto particolari: innanzi tutto due di esse, quelle posteriori, non sono cilindriche ma coniche. Probabilmente erano le mete di un circo (un ippodromo, cioè): erano le colonne ove i cavalli o le bighe curvavano intorno. Siccome a Spoleto non c’è mai stato un circo, si suppone che provengano da quello di Mevania (Bevagna).

Inoltre la colonna anteriore destra è montata al contrario. Normalmente il rovesciamento simboleggia l'”anticristo” o il diavolo. Qui, molto più prosaicamente, si tratta probabilmente di una installazione “alla buona”. Chi ha trovato una mezza colonna la ha messa col capitello in basso, perché dava più stabilità. La mezza colonna superiore, poi, proviene da altro ricavo, infatti è diversa dalla parte inferiore. Non si spiega, però, come mai il capitello sia posto in una specie di buca, a livello più basso del pavimento.

Mappa

Mappa fornita da OpenStreetMap.org

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